Castello di Gradara
Gradara
Paolo e Francesca
Famiglia Da Montefeltro
Famiglia Sforza
Famiglia Della Rovere
Famiglia Borgia
Famiglia De' Medici
Il Medioevo
Abiti medievali
  - Abiti maschili
  - Abiti femminili
Armi medievali
  - Angone
  - Balestra
  - Picca
  - Altre armi
  - Strumenti di difesa
Musica medievale
  - Strumenti musicali
  - Chitarra
  - Liuto
  - Viola, violino, viella
  - Arpa
  - Ribeca
  - Salterio
  - Altri strumenti a corda
  - Clavicembalo
  - Organo
  - Cornamusa
  - Flauto
  - Trombe
Ingresso alla Rocca
Meteo a Gradara
Come arrivare a Gradara
Risorse
|
Barra di navigazione: Castello di Gradara > Paolo e Francesca
Paolo e Francesca
La Rocca di Gradara, oltre che rappresentare una delle Fortezze più belle e meglio conservate d'Italia, è famosa per essere stata probabile teatro di una delle tragedie amorose più conosciute della storia: la leggenda di Paolo il Bello e Francesca Da Polenta.
Nel corso del 1200 le famiglie Da Polenta di Ravenna e Malatesta da Rimini erano le più importanti nella vita politica della Romagna: esse, dopo vari scontri esterni, decisero di allearsi.
A qual tempo, il signore di Rimini era Malatesta da Verucchio (il Mastin Vecchio) il quale aveva quattro figli: Giovanni detto Gianciotto lo Sciancato (per una malformazione di nascita), Malatestino, Paolo detto Il Bello e Maddalena.
Sin da ragazzi i giovani Malatesta furono educati alla vita politica, affiancando il padre in vari conflitti e trattative: in particolare Gianciotto e Paolo si distinsero per il loro interesse e la loro attività di condottieri.
Entrambi, nel 1265, combatterono assieme al padre contro Guido da Montefeltro e contro i Traversari affiancando Guido da Polenta.
Nel 1275, per celebrare e suggellare questa alleanza i due signori decisero di accordare un matrimonio: Gianciotto, primogenito Malatesta, avrebbe portato all'altare la giovane Francesca Da Polenta.
La tradizione riporta che gli stessi genitori avessero preventivamente intuito che la ragazza non avrebbe mai sposato un vecchio sciancato e quindi decisero di trarla in inganno: il giovane e bel Paolo l'avrebbe sposata per procura, lasciandole credere di essere lui il suo reale sposo.
La ragazza, guardandolo da una finestra, rimase entusiasta ed affascinata dal giovane ed acconsentì alle nozze senza remore: la mattina dopo però, si accorse che accanto a lei giaceva un vecchio dall'aspetto sgradevole, ossia Gianciotto.
Venne a conoscenza del fatto che anche Paolo era sposato dal 1269 con una tale Orabile Beatrice erede dei conti di Ghiaggiolo, con la quale aveva stretto un matrimonio d'interesse.
Nonostante la delusione per l'inganno, Francesca diede a Gianciotto una figlia, Concordia che dopo l'assassinio della madre e il secondo matrimonio del padre, venne mandata nel convento di Santarcangelo di Romagna.
Nel frattempo, nel 1282, Paolo fu scelto dal Papa Martino IV come Capitano del Popolo a Firenze (grazie alla sua diplomazia innata) mentre, dopo la cacciata dei Malatesta da Rimini, Gianciotto divenne Podestà della città di Pesaro.
Nel 1283, Paolo fece ritorno in Romagna e, avendo possedimenti vicino a Gradara, spesso fece visita al Castello di Gianciotto, forse per rammarico nei confronti della cognata.
Ed è proprio durante uno di questi incontri che i due vennero presi dalla fatal passione: si narra infatti che Malatestino dell'Occhio, fratello di Paolo e Gianciotto, spiò i due cognati ed avvisò il fratello maggiore.
Per questa ragione, Gianciotto prima finse di partire alla volta di Pesaro, successivamente rientrò a Castello ed irruppe nella stanza in cui i due usavano incontrarsi.
Paolo e Francesca, leggendo le vicende amorose di Lancillotto e Ginevra, furono travolti da incontenibile passione e si baciarono; in quell'istante entrò Gianciotto che subito sguainò la spada. Paolo tentò di fuggire attraverso una botola, ma rimase impigliato con le vesti e dovette rinunciare alla fuga. Nel momento in cui Gianciotto puntò l'arma contro il fratello s'interpose Francesca e rimase colpita a morte. Lo spietato e ferito Gianciotto li finì entrambi, accecato dalla gelosia e dalla rabbia.
Spesso si fa riferimento alla storia di Paolo e Francesca come ad una leggenda, in quanto, a parte la citazione dantesca nel Canto V dell'Inferno nella sua “Divina Commedia”, non esistono documenti che attestino l'accaduto.
La tradizione orale tende ad indicare il luogo dell'omicidio nel Castello di Gradara, ma anche di questa informazione non si hanno testimonianze certe.
Numerosi studi sono stati effettuati riguardo a questa affascinante vicenda: in molti sostengono che il fatto sia potuto accadere realmente, che l'omertà sulla fine dei due sfortunati giovani sia dovuta al desiderio di mantenere saldi i rapporti tra le due famiglie e che la citazione di un eventuale adulterio potesse sublimare lo spiacevole
omicidio agli occhi del Pontefice.
Inoltre, viene considerata altamente probabile l'ipotesi per cui il delitto passionale possa essere stata una congettura attuata da Gianciotto per nascondere il fratricidio dettato dalla gelosia politica: Giovanni infatti avrebbe potuto provare una forte invidia per il fratello minore, in quanto scelto dal Papa per guidare il Popolo di Firenze e agli inizi di una brillante carriera.
Alcuni sostengono addirittura che la tresca amorosa possa essere stata inscenata dal diabolico Giovanni, per giustificare le sue azioni indegne, infangando la memoria della povera Francesca.
Come anticipato, la citazione di Dante nel Canto V dell'Inferno costituisce la sola testimonianza di questo amore: Dante colloca i due giovani sfortunati nel girone dei lussuriosi e li ritrae travolti da una forte e dolorosa corrente, ma sempre abbracciati.
Egli lascia raccontare a Francesca tutta la vicenda, instillando in chi legge un forte senso di compassione e dispiacere per il tragico destino di questi amanti (lo stesso Dante, alla fine del racconto, si sente mancare e sviene dal dolore).
L'amore di Paolo e Francesca viene quindi ritratto come passione sventurata che però resiste anche nella dannazione eterna.
Dante scrivendo dei due amanti, non condanna alla dannazione l'amore, ma il peccato che ne deriva venendo meno ai comandamenti ed alla sacra promessa del matrimonio; inoltre, egli riflette sul fatto che sia stata la letteratura (da lui tanto esaltata) ad accendere una passione peccaminosa.
Di seguito, i versi con i quali Dante si fa narrare la vicenda da Francesca:
“Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,
prese costui de la bella persona
che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende.
Amor, ch'a nullo amato amar perdona,
mi prese del costui piacer sì forte,
che, come vedi, ancor non m'abbandona.
Amor condusse noi ad una morte.
Caina attende chi a vita ci spense.”
Da sempre la vicenda ha ispirato ed affascinato numerosi artisti che ne hanno fatto opera: testi letterari, opere liriche (“Francesca da Rimini” di Zandonai), quadri, sculture.
Molti gli scrittori che hanno citato la loro storia: Dante, Petrarca, Boccaccio, Foscolo, Pellico, Carducci, Pascoli, D'Annunzio.
|
|










|