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Famiglia Sforza


Stemma della famiglia Sfoza



L'Italia del XIV secolo fu caratterizzata da una serie di rinascite (sociale, economica, culturale e politica) che aprirono l'Età delle Signorie, periodo in cui emerse, tra le altre, la famiglia degli Sforza.

Il nome della casata si deve ad Alberico da Barbiano che soprannominò in tal maniera il giovane Giacomo Attendolo per la sua forza fisica e la sua prestanza.

Il fondatore della dinastia è quindi Muzio Attendolo (Giacomuzzo) originario di Cotignola, piccolo borgo tra Imola e Cesena.
Calzolaio di nascita, iniziò la carriera militare per un caso fortuito (assieme a tre fratelli e due cugini) arruolandosi nella Compagnia di San Giorgio, in cui ebbe la possibilità di apprendere le migliori tecniche belliche esistenti.
Divenne così un valoroso guerriero e, nel 1398 ottenne il primo incarico da parte dei Perugini contro i Duchi di Milano.
In questa occasione venne apprezzato da Giangaleazzo Visconti che lo volle nelle sue schiere raddoppiandogli il compenso.



Questa collaborazione fu alquanto breve e, in seguito, Muzio militò al fianco di numerosi ed avversi popoli e personaggi: fiorentini, Niccolo d'Este, Ottobuono Terzi di Parma, Ladislao di Napoli, Luigi II d'Angiò e molti altri.

Alla morte di Ladislao, con l'ascesa al trono della sorella Giovanna II cominciò un periodo travagliato per Muzio, tra intrighi e grandi riconoscimenti.
Nel 1419 essa venne ufficialmente incoronata e lo Sforza conseguì il titolo di Gonfaloniere della Chiesa, attuando fin da subito una sanguinosa spedizione contro il feroce Braccio da Montone.

In seguito furono aperte le ostilità per decretare il successore al trono di Giovanna II e Muzio si schierò a favore del pupillo del Papa, Luigi III.
Dopo iniziali dissidi con la sovrana, che scelse Alfonso V, successivamente essa revocò la sua decisione venendo imprigionata: in questo frangente Muzio la portò in salvo e le offrì i suoi servigi.
Egli morì per salvare un paggio travolto dalle acque del fiume Pescara mentre si stava dirigendo alla riconquista dell'Aquila per conto della Regina, nel 1423.
Durante la sua vita Muzio convolò nozze con Antonia Salimbeni di Siena, con Caterina di Napoli e con la Principessa Maria Marzana di Sessa: dalle prime nozze nacque il figlio Brosio, da quelle con la Principessa di Sessa altri due figli; successivamente ebbe altri sette figli da Lucia da Torsano ed altri quattro da Tamira di Cagli.

I numerosi figli di Muzio diedero inizio a numerose dinastie: dal secondogenito Alessandro Sforza venne il ramo degli Sforza di Pesaro, mentre dal terzo figlio Bosio ebbe inizio il ramo di Santa Fiora.

Gli Sforza di Pesaro ottennero la Signoria dal 1445 al 1500 e da questo ceppo venne Giovanni Sforza, primo marito di Lucrezia Borgia poi spodestato dal cognato Cesare Borgia.

Il ramo di Santa Fiora ebbe grande lustro e splendore nel corso del '500 soprattutto grazie alla sapiente politica e diplomazia del primo conte, Guido che seppe stringere importanti alleanze con il Pontefice.
Egli sposò una parente di Paolo III Farnese, nonché organizzò i matrimoni di due suoi discendenti con la figlia e la nipote del Papa.
Gli Sforza acquisirono quindi numerose cariche ecclesiastiche e militari, che diedero loro la possibilità di rappresentare una delle famiglie più in vista di tutta la Penisola.
Il declino giunse nel '600 a causa della vendita di molte proprietà: nel 1674 il matrimonio tra Federico e Livia Cesarini segnò la fine della dinastia Sforza per far posto alla nuova famiglia Sforza-Cesarini di Roma.



Il discendente più illustre di Muzio detto lo “Sforza” fu sicuramente il suo figlio prediletto, Francesco I , che acquisì il titolo di Duca di Milano sposando la giovane Bianca Maria Visconti, ultima erede dell'allora Duca Filippo Maria Visconti.

Sin da giovanissimo, egli seguì la carriera di combattente a fianco del padre, per poi continuarne le gesta dopo la sua morte, conquistando l'Aquila e marciando contro Napoli per conto della Regina Giovanna II.
Nel corso di una delle sue tante gesta, conobbe il Capitano di Ventura Guido Torelli che lo introdusse alla corte di Filippo Maria Visconti.
In seguito a varie lotte e spedizioni, finalmente Francesco I convolò a nozze con la giovane Visconti, nel 1441.
Egli sostenne molti conflitti per conto del Duca, venendo nominato Capitano Generale di Milano, fino alla morte del Visconti nel 1447.
Seguirono sanguinosi scontri, in particolare con la città di Venezia, per il possesso di numerosi territori: le divergenze culminarono nell'assedio di Milano da parte di Francesco I, nel 1449.
L'anno successivo, con la resa del popolo egli riuscì a farsi consegnare la città ed a diventare Duca a tutti gli effetti.

Da questo momento in poi egli dismise i panni di condottiero per diventare Principe: in questi anni egli attuò numerose migliorie alla città tra cui un nuovo regime fiscale, nuove reti viarie, incrementando la presenza di opere d'arte e di costruzioni utili, quali ad esempio, il primo ospedale.
Francesco I divenne quindi benvoluto e molto popolare tra i suoi sudditi, nonché stimato dagli altri Signori, caratteristiche che lo elessero modello del “Principe” di Macchiavelli.
Le ostilità con la città di Venezia continuarono per tutto l'arco del suo governo, tra periodi di pace e di scontri; nonostante questo costante impegno, egli riuscì anche ad attuare una politica di interessanti alleanze, accordando il matrimonio della figlia Ippolita con il Re di Francia.
Francesco I morì nel 1466 e lasciò il suo regno ai figli: Galeazzo Maria, Filippo Maria, Sforza Maria, Ludovico, Ottaviano, Ascanio, Ippolita, Elisabetta.



A Francesco I successe il figlio Galeazzo Maria, che si distinse dai suoi predecessori per aver condotto una reggenza abbastanza euforica, dissipando il denaro dello Stato a favore di suoi fedeli amici e della sua amante.
Fu spietato col nemico e persino con la madre quando sentì che ella avrebbe potuto mettere in pericolo i propri averi dopo la morte del padre, nel 1446: nel timore che potesse cedere Cremona, la città in cui l'aveva relegata, ai veneziani, si narra che egli l'avvelenò.
Galeazzo sposò Bona di Savoia, cognata di Luigi XI di Francia, da cui ebbe un figlio, Giangaleazzo: per l'occasione, egli fece produrre il Testone, moneta in argento con l'effige del suo profilo.

Nel corso del suo governo egli fu molto criticato per le sue scelte: sperperò intere fortune in favore del suo pupillo il Consigliere Francesco Simonetta (mentre il resto della Corte e dei Milanesi veniva dissanguato da ingenti imposte e da regole severissime) nonché della sua amante, Lucia Marliani; inoltre, stravaganti iniziative in onore di numerosi eventi gli costarono grosse somme di denaro.
Di contro la folla insorse nel 1476, ma venne riportata all'ordine poco dopo con strategie di corruzione e di soppressione degli intenti bellicosi.
Galeazzo Maria venne ucciso a tradimento nel 1476, mentre era raccolto in preghiera nella chiesa di Santo Stefano a Milano da mani stimolate dal Re di Francia, mani che annoveravano l'erede dei Visconti.
Galeazzo lasciò numerosi figli avuti dalla moglie Bona e dall'amante Lucrezia Landriani: Giangaleazzo Maria, Ermes Maria, Biancamaria (che sposò l'Imperatore Massimiliano d'Asburgo), Annamaria (sposa di Alfonso d'Este), Carlo, Chiara e Caterina.


Alla morte di Galeazzo, il potere passò nelle mani del figlio Giangaleazzo Maria, che all'epoca aveva appena sette anni.
La reggenza fu quindi assegnata alla madre Bona che si fece affiancare dal Ministro Francesco Simonetta, da un Consiglio di Stato e da uno di Giustizia.
Innanzi tutto, la Duchessa accordò una distribuzione di grano al popolo, irritando i fratelli di Galeazzo Sforza, Ottaviano, Filippo, Ascanio, Sforza Maria e Ludovico detto il Moro.
Seguirono scontri ed incomprensioni fino al 1477, anno in cui Ludovico Gonzaga riuscì a riconciliare Bona con i familiari del marito.

Nonostante ciò, il malcontento degli Sforza nei confronti della nuova Reggenza e dell'influenza sempre crescente del Ministro, li portò a favorire una sommossa che venne immediatamente soffocata (isolando fuori Milano i fratelli).
Intanto, il 24 aprile 1478 il piccolo Giangaleazzo venne investito del titolo di Duca (a soli nove anni).
Gli zii del bambino non si rassegnarono ed organizzarono numerosi attacchi al fine di spodestare il potente Ministro: finalmente, nel 1480, Ludovico Sforza entrò a Milano dichiarandosi fedele al Duca Giangaleazzo.
Nonostante questo, quattro giorni dopo egli assunse il governo del Ducato, separò Giangaleazzo dalla madre e si sbarazzò di tutti i suoi nemici, uno ad uno (il Ministro venne imprigionato ed ucciso).
Nel 1489 Ludovico fissò inoltre le nozze tra Giangaleazzo e Isabella d'Aragona, nipote del Re di Napoli e figlia di Alfonso di Calabria: da questo matrimonio nacquero Ippolita, Francesco e Bona.


Giangaleazzo continuò a mantenere il titolo di Duca di Milano solo nominalmente: in realtà Ludovico il Moro gli subentrò fin da subito, ma acquisì il potere legittimamente alla morte del nipote, nel 1494.


Ludovico condusse un governo di relazioni internazionali particolarmente curate: egli sposò Beatrice d'Este per crearsi appoggi all'interno dell'Italia, accordò il matrimonio tra la nipote Biancamaria e l'Imperatore Massimiliano I d'Asburgo, strinse rapporti con Lorenzo il Magnifico, con Ferdinando I di Napoli e con Papa Borgia.
Oltre a questi valenti alleati, egli si legò con il tredicenne sovrano francese, Carlo VIII: questa rete di rapporti furono in realtà la sua rovina, in quanto incentivò le mire espansionistiche di un paese estero.
Nel 1494 il sovrano di Francia varcò le Alpi e, a questo avvenimento, seguirono anni di alleanze, intrighi e scontri tra molte delle grandi potenze del periodo, dovuti soprattutto a mire egemoniche ed a faide familiari.


Ludovico il Moro venne catturato nel corso di queste lotte e morì in una prigione francese dopo otto anni di reclusione, nel 1500.
Egli dal suo matrimonio con Beatrice d'Este ebbe due figli, Massimiliano e Francesco II (quest'ultimo sposò Cristina di Danimarca), che però non presero mai il controllo del Ducato di Milano ma ne ricoprirono i titoli di governo solo nominalmente.
Negli scontri tra Francia ed Impero, gli Sforza vennero protetti dagli Asburgo ai quali passò il Ducato alla morte di Francesco II senza eredi.


L'Italia visse lustri di guerre e combattimenti fino al 1525 e, nel 1530 finalmente passò nelle mani di Carlo V.


Dai figli di alcuni esponenti Sforza nacquero vari rami: da Giovanni Paolo figlio di Ludovico il Moro discesero i Marchesi di Caravaggio (estinto nel 1717); da Sforza Secondo figlio di Francesco I discesero i Conti di Borgonovo Val Tidone (estinto nel 1680); da Jacopetto figlio di Sforza Secondo discesero i Conti di Castel San Giovanni (giunti fino al XX secolo).


La famiglia Sforza rappresentò una potenza importante dopo il governo dei Visconti: oltre ad aver posto il Ducato di Milano al centro della politica italiana, essa permise di compiere importanti opere architettoniche ed artistiche ancor oggi apprezzate in tutto il Mondo.
Subentrati i francesi e gli spagnoli, Milano fu consegnata ad un tetro periodo di declino culturale, politico, sociale ed economico.
















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